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Teatro e cinema ripartano dal rumore

“ma fai rumore sì
ché non lo posso sopportare
questo silenzio innaturale
e non ne voglio fare a meno oramai
di quel bellissimo rumore che fai”

Fai rumore, Diodato

 

Spesso, dall’inizio della pandemia, mi è capitato di discutere con amici e vecchi colleghi di come cinema e teatro possano in qualche modo competere con i nostri nuovi e nuovissimi modelli di fruizione digitale. un tema annoso e non di facile soluzione, premetto.

 

Poco si può, infatti, contro i grandi budget di Netflix e Prime, da un lato, come imbattibili sono le comodità offerte dalle piattaforme di streaming dall’altro, paragonate con i così rigidi schemi delle sale cinematografiche e teatrali. Come sempre poi, quando un modello storico si sente minacciato, i suoi adepti si rinchiudono nel conservatorismo talebano e rifiutano il benché minimo intervento per venire incontro alle nuove necessità avanzate dal mercato.

 

Rincontrando casualmente antiche testimonianze dal teatro elisabettiano, sono tornato a riflettere sulla questione.

 

Elizabethan audiences clapped and booed whenever they felt like it. Sometimes they threw fruit. Groundlings paid a penny to stand and watch performances, and to gawk at their betters, the fine rich people who paid the most expensive ticket price to actually sit on the stage. The place was full of pickpockets and prostitutes, and people came and went to relieve themselves of the massive quantities of beer they’ve consumed. Theatre was not only a major social occasion; it could often feel like a competition for attention. Audiences came from every class, and their only other entertainment options were bear-baiting and public executions.

— Folger Shakespeare Library

 

Per quanto a molti (me compreso) possa far sanguinare le orecchie, credo fermamente che il teatro come lo conosciamo oggi e il cinema come lo conosciamo oggi siano destinati a svanire, a meno che non ci si sbrighi a lavorare sulla cultura del consumo di questo genere di intrattenimento. entrambi infatti richiedono oggi l’adesione a una normativa non scritta che risulta anacronistica rispetto a qualsiasi altro aspetto della nostra vita quotidiana: l’andare al cinema e l’andare a teatro si sono nel corso del tempo ingessati in uno snobistico alone di serietà che cozza drammaticamente con la nostra fruizione dello streaming.

 

E se teatro e cinema invece tornassero ad essere luoghi di chiassoso incontro, potremmo allora dare un reale valore al luogo comune e gregario, potremmo regalare nuovo significato a un tragitto che altrimenti risulterebbe scomodo e sacrificabile, lasciando la comodità e la fruizione individuale tra le mura domestiche con uno scopo rafforzato.

Immaginiamo che all’ingresso della sala si trovi  un cartello con scritto “in questo cinema si può parlare” e al di fuori della sala si trovi un bar dedicato esclusivamente a coloro che abbiano pagato il biglietto, con tanto di schermi sui quali seguire l’andamento del film in sala, per decidere eventualmente di tornare all’interno per godersi il seguito. infondo è più o meno così che funzionava l’opera, costruita molto più intorno alla socializzazione come momento di debutto formale e meno intorno alla messa in scena.

 

Anni fa mi capitò di lavorare per oltre un anno presso il Cinema Mexico di milano, un luogo cult reso celebre dalla programmazione continua di the Rocky Horror Picture Show sin dal suo debutto nel 1975. Ma lo spettacolo in sala era – ed è ancora oggi – tutt’altro che la classica proiezione di un film: seguendo un canovaccio supplementare scritto dal regista e autore stesso del musical, Richard O’ Brien, degli attori in sala replicano ogni battuta recitata nel film da uno stretto proscenio, alle quali per oltre due ore il pubblico risponde con una battuta dal canovaccio riservato ai connoisseurs. Si tratta di un unicum nel panorama nazionale e, che io sappia, cui fanno eco soltanto una manciata di realtà in giro per il mondo. Il pubblico va al Mexico travestito da personaggi del film e all’ingresso gli viene consegnato dagli attori il “participation bag”, colmo di coriandoli da lanciare al medesimo momento del protagonista nel film e altri ammennicoli fedeli a precisi momenti della pellicola.

 

Ecco. Io sono convinto che il Cinema Mexico non fallirà mai. Perché garantisce al proprio pubblico una libertà sconfinata che nessun altro cinema in città, né nessuna piattaforma di streaming può dargli. non solo: negli anni è stato in grado di creare un rito che, per i più fedeli, è irrinunciabile. Mi spiego: chi va al cinema Mexico il venerdì sera a vedere il The Rocky Horror Picture Show, va ogni venerdì al cinema mexico a vedere il The Rocky Horror Picture Show. Da anni.

 

Come siamo passati dal cinema muto al cinema parlato è il momento di tornare al pubblico parlante. anche a teatro. alzeranno la voce gli attori, per dio! Spogliare le istituzioni cinematografica e teatrale di questo manto di sacralità che nel 99% dei casi, per altro, non merita. quante volte ho sentito un teatro riferirsi a se stesso come un “luogo d’incontro”. Ecco, possiamo farlo per davvero oltre alle fricchettonate in salamoia che sono le complici principali dell’allontanamento del pubblico dalle sale?

 

Proponiamo dunque l’inaugurazione di un nuovo circuito di sale silence-free. ripartiamo dal rumore, dal chiacchiericcio, dalle risate, dai fischi, dagli applausi, dal senso di libertà e di genuino divertimento condiviso tra sconosciuti; ripartiamo dal dialogo, dal confronto, dalle urla, dal dibattito e perché no, dai balli. i balli! possiamo solo augurarci di vedere presto una coppia alzarsi in una sala cinematografica, nel bel mezzo di un film, abbracciarsi durante una scena d’amore e danzare un lento nella penombra sui passi dei protagonisti alle loro spalle, concludere il ballo in un lento casquè, sotto gli sguardi rapiti degli astanti e i loro applausi non più invidiosi, ma bramosi di imitarli, di guadagnarsi, a loro volta, una nuova libertà.

 

 

Giulio Rubinelli

Creative Director no panic agency

Brand Language Director no panic & act

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