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L’Oltrecortina Digitale

“Un giorno anche la guerra s’inchinerà al suono di una chitarra.”

— Jim Morrison

 

Mi è tornata in mente quella bella trovata di marketing da parte della squadra di calcio del Tromsø, che ha realizzato maglie contenenti un pattern scannerizzabile. Dico “bella trovata”, perché lo scopo era benefico: scannerizzando i giocatori, fossero in campo o sul televisore, il codice QR nascosto nelle trame della maglia avrebbe rimandato a un documentario sulle condizioni disumane e la “sistematica violazione dei diritti umani che investe migliaia di lavoratori immigrati impegnati nella costruzione degli stadi per i Mondiali in Quatar”. Una mossa mica male davvero, praticamente impensabile sulle nostre latitudini.

Ripensavo alla terza maglia della squadra norvegese, perché come molti altri ho notato il crescente sforzo da parte di tante realtà per raggiungere il pubblico russo con notizie (vere) circa la guerra in Ucraina; notizie che il governo di Mosca tace, insieme a testate e organi di informazione indipendente che sono stati silenziati in via definitiva a seguito dell’invasione di febbraio. Penso ad esempio a quegli attivisti che hanno scelto Tinder come mezzo per veicolare le notizie dal fronte, embeddando i messaggi dietro profili falsi. Ma tra le realtà che si sono attivate in questo senso troviamo anche alcune delle grandi corporation che davvero hanno il potere di raggiungere le migliaia di ignari e lobotomizzati russi, vittime della propaganda di stato.

 

Però ecco, ripensando al Tromsø, mi sono chiesto se non si potessero nascondere QR code un po’ ovunque, rimandando in automatico ai link di informazione occidentali. Penso ad esempio allo svedese Dagens Nyheter, che da alcune settimane ormai traduce gli articoli concernenti la guerra anche in russo. Che siano i codici embeddati il futuro dell’informazione clandestina, se questi permeassero insospettabili spazi digitali e offline reperibili in Russia?

 

 

Di cosa parlano i russi? Cosa guardano i russi? Qualcuno sta cercando di capire veramente come si viva oggi oltrecortina (una cortina digitale, ormai) per trovare spiragli di intrusione nella propaganda di Mosca?

Da comunicatori sarebbe d’obbligo uno studio dei contenuti occidentali ancora permeabili a est, sforzandoci di scovare i modi per camuffare i messaggi nei media ancora tollerati dal regime. Penso ad esempio agli eventi internazionali che ancora in tanti – specialmente i giovani – reperiscono in formati pirata sul web, ma non solo. Le partite di Champions League: perché non si ha pensato a sfruttare questa manifestazione come veicolo di informazione? Oppure eventi di risonanza globale come il Met Gala, i Grammy o gli Oscar (se invece di menare ceffoni si fosse considerato di sfruttare la visibilità della serata per scopi un tantino più nobili rispetto al “difendere l’onore della mia donna”). E la musica? Dov’é il contributo di artisti internazionali che vada oltre al ben pigro “Fuck Putin” e che magari si spinga a comporre canzoni di narrazione della guerra? Il repertorio che trattava Vietnam e Guerra Fredda è stato tra i più corposi della storia musicale.

Ma i prodotti stessi. Pensiamo a quando, in vista delle ultime elezioni presidenziali americane, Patagonia inserì messaggi politici all’interno delle etichette su diversi capi della propria collezione: “Vote the assholes out”, recitavano, incitando alla partecipazione democratica. Perché non inserire dati e numeri della guerra in Ucraina all’interno del packaging (o, appunto, sul prodotto stesso) per creare awareness nel pubblico russo e non?

 

Siamo tutti troppo impegnati per sforzarci di sventare una terza guerra mondiale?

Mi sembra che avremmo tutti gli strumenti necessari, creativi e tecnici, per dare un sostanziale contributo alla causa che si oppone al tiranno russo.

Oltretutto, si tratta di un colossale treno che i brand stanno perdendo per fare reale impatto sociale sul piano internazionale. Altro che CSR, qui si avrebbe la possibilità di puntare a scrivere pagine di Storia, non di storytelling!

Bisognerebbe volerlo, innanzitutto. Forse, e come sempre, il problema rimane quello.

 

 

Giulio Rubinelli
Creative Director no panic agency
Brand Language Director no panic & act

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