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BRAND THEATRE

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BRAND THEATRE

Nell’epoca della crisi del teatro, forse storicamente la prima, qual è effettivamente la ricerca di teatralità da parte del pubblico?

Senza voler cadere nell’ovvio, va sottolineato che è sempre crescente il trend per il quale l’audience insegue il proprio ruolo da protagonista. Quelli secondari, a quanto pare, non interessano più nessuno. Eppure qualsiasi attore di teatro vi spiegherà quanto sia fondamentale cimentarsi in prima battuta con ruoli minori, per avere il tempo di assorbire, di comprendere, di approfondire quanto possibile i meccanismi dello “stare in scena”. Sì, perché stare in scena è una tecnica. Richiede cura, attenzione, studio e sacrificio. Ma la platea oggi è vuota. E il palco si fa stretto. Anche questa è una componente del teatro andata persa.

Fellini parlava dell’”apparecchietto”, il telecomando, l’oggetto che ha forgiato una generazione distratta e impaziente. “Un plotone d’esecuzione”, lo definiva, capace di “toglierti la faccia, di cancellarti”. Parlava di cinema, è vero, ma quanto ci riconosciamo in quella impietosa descrizione che ci vuole incapaci “di dare un minimo di attenzione a chi sta parlando”, di “lasciarsi sedurre da una storia”?

 

 

 

Ma questo non vale solo per l’intrattenimento. Tutt’altro. E i telecomandi sono diventati molti: smartphone, computer, tablet.

I teatri sono vuoti, perché su ognuno dei nostri dispositivi gli attori siamo noi. E la parte è sempre quella principale. Rapidamente il mercato ha assecondato. Lo storytelling ci insegna (a noi aziende) a farci da parte, a fare un passo indietro, a smettere di parlare di noi stessi, di quanto brilliamo, di quanto siamo migliori degli altri, a smettere di incensare i nostri prodotti e a parlare invece di chi? Del cliente. Di quanto, grazie a noi, possa essere diversa, migliore, eccezionale la sua giornata e, talvolta, la sua vita. Siamo diventati portatori indispensabili di doni dal valore inestimabile. Mentori di un viaggio che vede lui, e solo lui, come protagonista.

 

Ma lo storytelling è solo uno strumento. Quello che manca, in questo panorama dalle infinite narrazioni, è il volto del mentore, la sua voce unica, i dettagli.

 E qui ritorniamo al teatro.

Perché, come dicevamo, stare in scena è un’arte. Prima di salire sul palco la compagnia passa mesi seduta a quello che in gergo viene definito “tavolino”: la fase di lettura, di rilettura e di analisi del testo. È in questo spazio che nasce lo studio del personaggio e le domande che il testo impone trovano risposta nella caratterizzazione dei personaggi.

Il come verrà detta una battuta è una scelta che matura da un’analisi profonda e attenta. Deriva principalmente da una lista di questioni (spesso irrisolte) che il personaggio si impone. I perché di certe sue azioni e quindi, delle sue battute.

In base alle risposte che si darà, cambierà lettura del testo per come lo vedremo in scena.

Le voci sulla piazza, come detto, sono tante, troppe. In definitiva, lo scarto lo fa chi trova la voce migliore. A parità di prodotto (di qualità), chi sceglierà il cliente? La risposta è una e non è “chi grida più forte”.

Cominciare a pensare i Brand come personaggi è il primo passo per parlare al cliente di riferimento nella maniera migliore. Anche l’audience design prende dunque una forma vicina al teatro: non mettereste mai in scena un Alfieri di fronte a una tribuna di bambini delle elementari (oppure: non converrebbe mostrare un De Filippo in dialetto napoletano al teatro comunale di Varese).

Chi è il vostro Brand?

Quanti anni ha?

Come si veste, che musica ascolta, cosa fa quando nessuno lo guarda?

Voce e volto verranno di conseguenza.

Intanto buttate via l’“apparecchietto” e cominciate ad ascoltare il vostro cliente.

Che non lo sa, ma in platea, ci siete voi.

Giulio Rubinelli

No Panic, Brand Storyteller

ph. Paula Scher per il Public
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